Liberazione Animale, Liberazione Umana



Lo scopo di questo documento è illustrare come la produzione e il consumo di alimenti di origine animale contribuiscano enormemente a mantenere e ad aggravare il problema della fame nel mondo. Consideriamo la Liberazione Animale di per sé valida come fine, ma qui esporremo soltanto le motivazioni a favore del veganismo (alimentazione basata solo su prodotti di origine vegetale) centrate sul benessere umano, perché siamo convinti che costituiscano l'argomento cui la maggior parte delle persone attive in organizzazioni pacifiste, ecologiste, femministe, antirazziste e internazionaliste sono più sensibili, dato che le coinvolge direttamente. Non ci aspettiamo un cambiamento della gestalt, ma una più ampia comprensione dell'impatto del consumo di alimenti di origine animale sulla situazione delle nazioni a basso reddito con problemi di denutrizione, e quindi una concezione maggiormente critica nell'approccio alle problematiche correlate. Se all'interno delle organizzazioni che militano in questi settori, tempo, energie e denaro sono disponibili in forma limitata, si potranno creare alleanze e condividere informazioni. La comprensione dell'unità delle oppressioni può diventare efficace strumento di contrasto verso le politiche che promuovono la produzione e il consumo di prodotti animali. Anziché contenderci spazi periferici, dobbiamo lavorare insieme per espanderne i margini, collaborando per risultati che non danneggino nessuno. Il rifiuto del veganismo perché di per se non sconfiggerebbe totalmente la fame nel mondo è indice di una limitata volontà di ragionare, che ostacola le reali riforme. L'azzeramento (o almeno la riduzione al minimo) del consumo di prodotti animali è una scelta che può rivestire un ruolo significativo nella soluzione di molte questioni globali. Il veganismo è una soluzione possibile per chiunque e comporta una differenza che avvantaggia il consumatore, la sua famiglia, la sua nazione e i popoli dei Paesi in via di sviluppo. (1) È purtroppo raro che le persone decidano spontaneamente, anche se possono, di analizzare i propri comportamenti in maniera critica. Una simile condotta è rappresentativa della prerogativa di coloro che si trovano all'interno dell'ordine dominante nel determinare quali argomenti debbano essere evidenziati per essere discussi e quali no. (Adams, 15) Questo potere non-decisionale determina le scelte possibili. Si tratta di un possibilità difficilmente percettibile, che per emergere necessita di un considerevole spirito di autoanalisi, oltre alla decostruzione di alcuni dogmi sociali basilari. Vivendo dall'interno i paradigmi dominanti, rimane difficile comprendere la portata e le conseguenze dei propri privilegi, perciò anche le soluzioni proposte dalle organizzazioni progressiste che nei Paesi ricchi si battono contro la fame nel mondo sono quasi sempre conservatrici e perpetuano sperequazioni che rinforzano lo status quo occidentale. Noi proponiamo di ripensare le strategie, basandole di più sull'autocritica e meno sulle soluzioni di facciata promosse a livello governativo. La nostra critica al consumo di prodotti animali non è intesa a competere con altre strategie volte a debellare la fame nel mondo, quanto ad amplificarne la dimensione. Interventi a più livelli e con diverse finalità, più che possibili, oggi sono necessari.


Insicurezza alimentare
Storicamente, le conseguenze della produzione di alimenti di origine animale sono state sottostimate da chi si occupa della fame nel mondo. Conflitti militari, corruzione locale e povertà si indicano generalmente come cause primarie di questo problema. Le soluzioni proposte di solito sono: democrazia, sviluppo economico e aiuti finanziari. Per alcuni aspetti, si tratta di soluzioni valide, ma sono soprattutto politicamente convenienti per chi le promuove, dato che ne rispecchiano i valori e ne reificano i privilegi. Sopravvalutando la portata di conflitti e disastri naturali - che non spiegano l'immensa e consistente persistenza della denutrizione, specialmente durante i periodi di pace e prosperità - non si considerano le situazioni che danneggiano sistematicamente le comunità delle aree povere. Intenzionalmente o meno, tali soluzioni risultano unilaterali e insostenibili. Molti sostengono che la causa della fame nel mondo non sia la mancanza di risorse, quanto la loro distribuzione. La posizione prevalente può essere riassunta così: "Le risorse disponibili potrebbero sfamare tutti; però non vengono equamente distribuite a causa di scelte politiche". Le risorse alimentari sono effettivamente limitate, così come la loro disponibilità e richiesta future sono suscettibili di variazioni e la disponibilità odierna non sarà garantita a oltranza. Un'accresciuta domanda, ad esempio, potrà aumentarne il costo fino a porre il cibo fuori dalla portata di molti. Tra le organizzazioni che segnalano il rischio imminente di insicurezze alimentari, il Worldwatch Institute è tra le più autorevoli. Nel 1994, ha contestato la FAO e la Banca Mondiale, che, compilando le statistiche relative a disponibilità e richiesta globali di cibo, ogni anno dal 1990 al 1995 avevano sovrastimato la produzione di cereali, la seconda addirittura con un margine di errore che va dai 56 ai 225 milioni di tonnellate. Le proiezioni del Worldwatch prevedevano un aumento della domanda e un conseguente aumento dei prezzi. Si sono dimostrate esatte, ma anche i loro autori sono rimasti stupiti dalle dimensioni della contrazione di mercato registrata nel 1996, quando la congiunzione tra una crescita record della domanda con scarsa fertilità della terra, mancanza d'acqua e condizioni climatiche avverse ha diminuito il surplus al minimo storico e il prezzo dei cereali è duplicato. (Brown 17) Un simile aumento risulta sgradevole per le classi medie, ma rappresenta una questione di vita o di morte per quelle povere. L'attribuzione dell'insicurezza alimentare alla scarsità di risorse sottende che le sue cause siano naturali e che la chiave risolutiva non possa quindi essere l'intervento umano. Questo non è vero. La scarsità di risorse è una delle cause della fame nel mondo, ma non certo la più fondamentale e pressante. Anche se influenzata dalla natura e da fattori che vanno al di là del nostro controllo, l'insicurezza alimentare è il risultato di decisioni umane. Essa viene provocata da una serie di fattori, tra i quali: economie e sistemi politici che non garantiscono adeguate misure di sicurezza, istituzioni finanziarie internazionali che riducono le autonomie dei governi, consumismo insostenibile e multinazionali che antepongono il profitto alle necessità sociali. A partire dal 1950, una serie di fattori permise un incremento della produzione senza precedenti, culminato nella Rivoluzione Verde degli anni 80, durante la quale i raccolti di cereali registrarono una crescita pari al 3 per cento annuo, che aumentò la disponibilità cerealicola pro capite, fino a raggiungere uno stupefacente 40 per cento. (Hunger 33) Un simile andamento non era però sostenibile e la crescita annua, dagli anni 80 ai 90, è scesa fino all'1 per cento (un valore inferiore alla crescita della domanda). Ne è seguito un crollo della disponibilità, quantificato in una perdita di 22 milioni di tonnellate annue. Dagli iniziali 339 milioni di tonnellate, nel 1996 le riserve hanno toccato il minimo storico di 229 milioni di tonnellate all'anno. (Brown 36-7) Nel nostro mondo sempre più interdipendente, i problemi nazionali diventano rapidamente globali: quando le riserve calano al di sotto dei 60 giorni di disponibilità, diminuiscono stabilità politica e dei mercati.


Questione femminile e malnutrizione
A volte, la Liberazione Animale viene percepita come un ostacolo ai diritti umani. È una falsa dicotomia, che funziona a danno sia degli animali non umani che di quelli umani. Nel corso della storia, tutte le categorie umane discriminate sono state equiparate agli animali per giustificarne l'oppressione. Le razionalizzazioni e i valori usati per discriminare un gruppo possono essere utilizzati per sfruttare qualsiasi gruppo. Il dominio sulle donne e il dominio sulla natura, ad esempio, sono connessi fin dall'ideologia patriarcale; nella conseguente gerarchia di valori troviamo, in ordine d'importanza: dio, uomo, donna, bambini, animali, natura. (1) Il persistere dei problemi di denutrizione nel mondo riflette in larga misura i valori di competizione e individualismo associati alle culture della mascolinità. Le teorie femministe possono però contribuire a criticarne il dominio, mettendone in dubbio gli assunti fondamentali. Molte suffragiste (le sostenitrici del movimento femminista che all'inizio del '900 si proponeva come obbiettivo l'estensione del suffragio universale alle donne) allargarono la sfera della loro considerazione etica al di là delle classi sociali, poiché lavorando in contatto con organizzazioni per la difesa dei diritti civili e dei lavoratori, compresero come tutte le oppressioni siano legate tra loro: "Tutte le oppressioni sono connesse: nessuna creatura sarà libera fino a quando non saranno tutte libere. Donne e animali hanno condiviso oppressioni come abuso, degradazione, sfruttamento, rischi connessi all'inquinamento e commercializzazione, fino a quando la mentalità del dominio non scomparirà in ogni sua forma, queste afflizioni continueranno." dichiarano due studiose americane delle istanze femministe. (Adams e Donovan). Gli archetipi che delegano alle donne la responsabilità di nutrire la famiglia sono gli stessi che negano loro parità di diritti, accesso all'economia, all'educazione, alla proprietà, eccetera. Le donne sono più povere e più affamate degli uomini, perché sono loro a subire maggiormente le discriminazioni sociali, economiche e politiche - ad ogni livello. Proprio in quanto oppresse, hanno meno possibilità di ottenere posizioni che consentano loro di influenzare le decisioni e alterare le strutture del dominio. Si trovano imprigionate in un circolo vizioso, che ne riduce la produttività e disabilita interi settori sociali. Il ruolo della donna nelle nazioni a basso reddito e con problemi legati alla denutrizione è fondamentale e al tempo stesso statico nella suo essere inquadrato in sistemi sociali rigidi e anacronistici. Nell'Africa sub-sahariana, per esempio, le donne si occupano dell'80% della produzione di cibo, in Asia del 65-90% e in America Latina fino al 45%. (IFPRI 2-1, Gardner e Halweii 17) L'80% dei bambini denutriti sono di sesso femminile. (Brown 126, Gardner and Halweil, Hunger) All'interno delle famiglie, le bambine mangiano meno dei maschi. (2) Dalla premessa e dai dati riportati dovrebbe risultare chiaro come, anche modesti miglioramenti della condizione femminile nei Paesi poveri si tradurrebbero in vantaggi per l'alimentazione e il benessere delle loro famiglie. (IFPRI 2) L'IFPRI (Istituto Internazionale di Ricerca sulle Politiche Alimentari), ad esempio, riconosce che l'educazione delle donne sia stata "di gran lunga la più importante causa della diminuzione dell'1.5 per cento, tra il 1970 e il 1995, del livello di malnutrizione dei bambini".

(1) La versione moderna di questo paradigma include il razzismo, il sessismo, lo specismo e l'imperialismo (la supremazia di chi ha nei confronti di chi non ha).
(2) Alcuni potrebbero obiettare che è "naturale" che le donne mangino meno degli uomini, perché sono fisicamente più minute (ma spesso, in quei Paesi, sono in gravidanza!). Da un punto di vista biologico, quest'affermazione può anche avere una certa validità, ma il livello di denutrizione e malnutrizione delle donne dimostra che esse non ricevono una parte equa delle risorse anche quando se ne considerano i fattori biologici.


Tecnologia
Per risolvere i problemi legati alla scarsità di cibo si può: aumentarne la disponibilità (espandendo l'estensione di terreni e la quantità di risorse destinate alla sua produzione o ricorrendo alle innovazioni tecnologiche per aumentare la resa delle risorse) oppure ridurne il consumo (con il controllo demografico o abbassando il livello dei consumi pro capite). La tendenza dominante è il ricorso alla tecnologia- percepita come strumento efficace che soddisfa gli attuali parametri scientisti e capitalisti. I sostenitori del ricorso alla tecnologia affermano che non esiste abbastanza terra fertile per produrre la quantità di cibo richiesta (in misura sempre crescente) dalla popolazione umana in crescita esponenziale; il progresso tecnologico, quindi, rappresenterebbe l'unica speranza per arrivare a nutrire tutti. In realtà, il problema rimarrebbe irrisolto. Le innovazioni tecnologiche, infatti, favoriscono soltanto coloro che possono accedervi, aumentando il potere dei più ricchi. Vengono prodotte da imprese clamorosamente privatizzate, guidate dalla ricerca del profitto. Ciò rende estremamente sospetto l'eventuale loro impiego da parte dei ricchi per aiutare i poveri. Le innovazioni tecnologiche riducono l'offerta di posti di lavoro, a svantaggio della forza lavoro più povera. Come dimostrato dall'inesattezza delle previsioni della FAO e della Banca Mondiale, gli incrementi produttivi frutto della tecnologia non garantiscono di per sé la disponibilità di cibo futura. (Brown 42-3) La maggior ricerca commerciale nel campo delle coltivazioni biotecnologiche avvantaggia i Paesi sviluppati (2) ed espropria di risorse quelli in via di sviluppo (Hunger 143) secondo le stesse modalità della Rivoluzione Verde, che ha accresciuto il divario tra i Paesi ricchi e quelli poveri e ha ampliato la disponibilità calorica complessiva, ma ha ridotto la diversità delle sue fonti (spesso quella delle coltivazioni più nutrienti), contribuendo alla diffusione di deficienze nutrizionali. (Gardner e Halweil 18) Così come è stata applicata fino a oggi, la tecnologia ha provocato un aumento dell'uso di prodotti chimici (3), alterando le risorse naturali, riducendo la disponibilità d'acqua e diminuendo la diversità nella produzione agricola. Le monoculture che risultano dal ricorso a innovazioni tecnologiche sono instabili, a causa della loro ridotta resistenza alle malattie: un nuovo virus o una condizione particolare del clima, possono distruggerne interi raccolti. La loro diversificazione e la rotazione, al contrario, ci proteggerebbe da perdite totali. La UE sta resistendo alla pressione delle lobby farmaceutiche che vorrebbero imporre l'uso zootecnico degli ormoni della crescita ma gli Stati Uniti, per imporre la carne agli ormoni prodotta in America, hanno ottenuto, all'interno dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, la "contravvenzione" degli stati europei che rifiutano di importarla, costringendoli a pagare 253 milioni di dollari di aumento sui diritti doganali di diverse esportazioni europee. La Commissione europea rifiuta di invocare il principio precauzionale - esplicitamente previsto dal GATT (General Agreement on Trade and Traffic) - perché Washington potrebbe considerarlo una provocazione. (4) Durante il GATT del 1993, per garantire agli agro-industriali americani un esportazione illimitata di soia e di sostituti dei cereali (esentati da ogni diritto doganale quando entrano nella Comunità) l'Europa ha addirittura limitato a 5.482 milioni di ettari la propria superficie da coltivare a piante oleose. (5) Di conseguenza, per sostituire le farine animali, gli allevamenti europei devono oggi ricorrere agli Stati Uniti e al Sud America - dove gli OGM vengono coltivati su milioni di ettari (il 40 % della soia e il 20 % del mais americani sono transgenici) e dove le multinazionali si rifiutano di commercializzare separatamente sementi Ogm e non Ogm. Senza un'apposita etichettatura, ai consumatori europei non rimarrà quindi che scegliere tra farine animali e Ogm. La tecnologia, infine, cura i sintomi e non le cause. Anziché sacrificare enormi quantità di tempo, energia, soldi e risorse alla ricerca di soluzioni controverse e largamente inadeguate, perché non concentrarsi su approcci più concreti e sostenibili? L'abolizione (o almeno la riduzione) del consumo di prodotti animali costituisce uno di tali approcci: aumenta produttività e disponibilità delle risorse, col minor impatto ambientale possibile.


Sovrappopolazione e denutrizione
Ogni anno, la popolazione umana aumenta di 90 -100 milioni di persone. (Hunger 21, Brown 50) Il Worldwatch prevede che, entro il 2030, la popolazione aumenterà di 3,6 miliardi di persone e che la maggior parte delle nascite avverrà nel Terzo Mondo. La Banca Mondiale avverte che soddisfare la richiesta globale di cibo diverrà sempre più difficile. L'abitante di una nazione sviluppata come gli Stati Uniti consuma in media una quantità di beni e servizi circa 30 volte maggiore di quella cui accede chi abita in una nazione sottosviluppata come, ad esempio, il Bangladesh. L'acquisto di legni pregiati dalle regioni tropicali favorisce, per esempio, la distruzione delle foreste pluviali e la disparità delle risorse economiche tra nazioni ricche e povere, mascherando, in parte, la vera portata dell'impatto della popolazione di una nazione sul sistema globale. In altri termini, dobbiamo moltiplicare i 280 milioni di cittadini degli Stati Uniti per 30, se vogliamo confrontare il loro reale impatto economico ed ecologico con quello di 70 milioni di cittadini del Bangladesh. (Eldredge, 210) A consumare più risorse, non sono i più ricchi residenti nei Paesi ricchi rispetto a quelli meno abbienti, ma le classi medie più numerose dei Paesi ricchi rispetto a quelle delle aree povere. La limitazione dei consumi, quindi, spetta innanzitutto ai Paesi industrializzati, responsabili del più sproporzionato spreco di risorse globali. Anche limitazioni modeste, da parte di tali Paesi, avrebbero risonanza enorme. Se, ad esempio, i cittadini Statunitensi riducessero del 10 per cento il proprio consumo di carne, si risparmierebbe una quantità di cereali sufficiente a nutrire 60 milioni di persone. Attualmente, 60 milioni di persone muoiono per denutrizione ogni giorno. (Robbins, New World 35) Nei Paesi ricchi, un cittadino consuma in media (soprattutto sotto forma di carne, uova, latte, latticini e uova) circa 1400 chili di cereali ogni anno. Circa la metà dei vegetali coltivati viene usata per produrre mangimi. Oltre l'80 per cento del mais e il 95 per cento dell'avena servono a nutrire gli 8 miliardi di animali macellati ogni anno. (Peta) Gli allevamenti consumano circa quattro quinti di tutti i cereali prodotti e gli animali consumano una quantità di proteine vegetali sufficiente a nutrire la popolazione umana di una nazione cinque volte più grande degli USA. (Robbins, New America, 350-1) Un cittadino asiatico, mediamente consuma meno di 500 chili di cereali all'anno, soprattutto in forma integrale. Nonostante ciò, 36 dei 40 Paesi più poveri del mondo attualmente esportano cibo verso gli Stati Uniti e l'Europa. (Hunger 160)


Industria zootecnica
La Banca Mondiale calcola che attualmente viene prodotta una quantità di vegetali che sarebbe sufficiente a nutrire, con 6.000 calorie ogni giorno, oltre 11 miliardi di persone - quasi il doppio dell'attuale popolazione mondiale. (Hunger 129) Una simile quantità di cibo è molto più di quanto serva per nutrire tutta l'umanità (6.000 calorie sono una quota 2 o 3 volte superiore all'apporto calorico quotidiano raccomandato). Il problema è che la maggior parte dei vegetali che coltiviamo viene destinata all'alimentazione degli animali allevati allo scopo di produrre carne e latte. Se i vegetali consumati da questi animali fossero direttamente destinati al consumo umano, si potrebbero nutrire molte più persone di quante è possibile sfamarne producendo carne. Gli animali trasformano i vegetali in carne (o latte o uova) per il consumo umano, ma la trasformazione comporta notevoli perdite delle proteine e dell'energia contenute nei vegetali, dato che una parte dei loro nutrienti serve a sostenere il metabolismo degli animali, un'altra a produrre tessuti non commestibili (ossa, cartilagini, frattaglie) e un'altra parte ancora va persa tramite gli escrementi. Destinando un ettaro di terra all'allevamento bovino otterremmo in un anno 66 Kg di proteine, mentre destinando lo stesso terreno alla coltivazione della soia otterremmo nello stesso tempo 1848 Kg di proteine, cioè 28 volte di più. (6) Per quanto riguarda il rendimento energetico, un ettaro coltivato a patate permette di ottenere 102.080 Mj di energia, un ettaro coltivato a riso 87.768 Mj, un ettaro destinato all'allevamento di manzo 4.796 Mj e un ettaro adibito all'allevamento di pollame 7.056 Mj. (7) Rispetto alla produzione di carne, latte o uova, la produzione di alimenti vegetali è anche molto più sostenibile ecologicamente. Se è necessaria meno terra per sfamare un vegetariano rispetto ad un onnivoro, è chiaro che l'impatto ambientale di miliardi di esseri umani che mangiano carne sarà nettamente superiore rispetto ad un'umanità vegetariana, perché non dovranno essere abbattute le foreste per lasciare spazio ai pascoli e si dovrà utilizzare meno energia sotto forma di combustibili fossili per coltivare i campi (e questo a sua volta ridurrà l'emissione di gas serra), meno pesticidi e meno fertilizzanti (entrambe prodotti estremamente inquinanti). Alcuni dati possono confermare quanto sopra: nella foresta dell'Amazzonia l'88% dei terreni disboscati è adibito a pascolo; (8) a partire dal 1960, oltre un quarto delle foreste del centro America sono state spazzate via per ottenere spazio per gli allevamenti; (9) in Costa Rica, i terreni da pascolo creati dai proprietari fondiari per soddisfare il mercato di carni bovine degli USA hanno distrutto oltre l'83 percento dell'originario patrimonio forestale, causato una diffusissima erosione del suolo irrecuperabile e concentrato le terra nelle mani di pochi proprietari; (Wilson 364) in Ecuador, il consumo di carne ha finanziato l' abbattimento del 96 percento delle foreste del versante pacifico; (Wilson 294) quasi il 70 per cento delle foreste del Panama sono state disboscate per convertirle in pascoli; (9) in Cile rimane solo un terzo della vegetazione originale - il resto è stato sfruttato come foraggio per gli animali allevati; (Wilson 290) in Brasile, negli anni 80 i nuclei familiari dei seringueiros (operai addetti all'estrazione della gomma) occupavano il 2.7 percento della superficie della regione del nord (Amazonas, Acre) e gli allevamenti di bestiame ne occupavano il 24 percento (oggi è rimasto solo il 5 per cento della copertura originale delle foreste pluviali; il diboscamento di queste aree per destinarle alla zootecnia, ha privato la generazione attuale della possibilità di utilizzare risorse naturali come la gomma, più remunerative della produzione di carne); (Wilson 360) per ottenere un Kg di farina è necessario utilizzare circa 22 g di petrolio, per produrre un Kg di carne è necessario impiegare193 g di petrolio: quasi 9 volte tanto (10), tant'è che, secondo Ernst U. Weizäcker del Wuppertal Institute, il contributo all'effetto serra dato dagli allevamenti è circa pari a quello dato dalla totalità del traffico degli autoveicoli nel mondo. (11) Non si può non accennare all'inquinamento direttamente prodotto dagli allevamenti: in Italia essi producono annualmente circa cento milioni di quintali di deiezioni animali; caratterizzate da un basso contenuto di sostanza secca e da un alto contenuto dei metalli pesanti (come zinco e rame), somministrati artificialmente agli animali allevati, che nel terreno possono raggiungere concentrazioni al limite della fitotossicità e causano una vera e propria "fecalizzazione ambientale", con i conseguenti rischi di inquinamento microbiologico delle falde acquifere, già contaminate da nitrati e nitriti. Oltre al contenuto organico e a quello di metalli pesanti, gli allevamenti inquinano tramite i residui dei farmaci (soprattutto antibiotici ed ormoni) somministrati agli animali. (12) Un altro grave problema causato dagli allevamenti e dei terreni coltivati a foraggio è l'enorme consumo di acqua. L'acqua dolce viene utilizzata non solo per irrigare le sempre maggiori estensioni di terreno richieste per soddisfare la richiesta di foraggi, ma anche per pulire continuamente le stalle ed i macelli dai residui della macellazione e dagli escrementi, oltre che per abbeverare gli animali. Per produrre un grammo di proteine animali è necessario usare in media 15 volte la quantità d'acqua necessaria per produrre un grammo di proteine vegetali e quasi la metà dell'acqua dolce utilizzata ogni anno negli USA è destinata agli allevamenti. (13)


Tutela della salute
Maltrattare e macellare milioni di creature senzienti non accresce minimamente il benessere umano. Al contrario, provoca patologie e la morte di milioni di persone. Numerosi dati epidemiologici, ottenuti da una moltitudine di studi scientifici, parlano chiaro: i vegetariani (14-27) e soprattutto i vegan (21-27) godono di salute migliore rispetto agli "onnivori". Le diete che minimizzano o escludono i cibi animali sono in grado di ridurre considerevolmente l'incidenza di numerose patologie, in particolare di quelle degenerative (le più difficili da curare e prime cause di morte nei paesi industrializzati). I vegetariani e i vegan si ammalano considerevolmente meno di tumore, di ipertensione, arteriosclerosi, infarto, ictus, diabete, obesità, osteoporosi, calcoli e altre patologie. (14-26) Diverse organizzazioni mediche (come quelle elencate di seguito) e numerosi esperti di alimentazione, indipendenti tra loro e di orientamenti diversi, ma uniti dal non aver ceduto alle lusinghe delle potenti lobby dell'industria agroalimentare e zootecnica, concordano nel suggerire linee guida alimentari e diete a base vegetale, che escludono o minimizzano il consumo di prodotti di origine animale.

-- L'ADA (American Dietetic Association) afferma che le diete vegane sono salutari, adeguate dal punto di vista nutrizionale e che comportano benefici per la salute nella prevenzione e nel trattamento di alcune patologie. (28)

-- Il PCRM (Physicians' Committee for Responsible Medicine) stabilisce le linee guida per la nutrizione umana basandole su questi quattro gruppi: cereali integrali (4 o più porzioni), legumi (2 o 3) vegetali (3 o più) frutta (3 o più). (citato in Robbins New World 92) Sconsiglia prodotti di origine animale.

-- Il WCRF (World Cancer Research Fund), un gruppo internazionale di organizzazioni dedicate alla prevenzione del cancro attraverso una nutrizione corretta, raccomanda "diete a base prevalentemente vegetale, ricche di una varietà di frutta e vegetali, legumi, minimamente trattati, e carboidrati. (Tansey 105)

-- La WHO (World Health Organization) sostiene che le persone dovrebbero "consumare meno grassi saturi e meno grassi in genere, molti più vegetali, frutta e cereali integrali".

-- La Harvard School of Public Health e l'Oldways Preservation and Exchange Trust raccomandano diete basate sul consumo di vegetali, perché ritengono che "le diete tradizionali - associate a poche malattie dovute all'alimentazione e a lunghe aspettative di vita - generalmente sono basate sul consumo di vegetali". (Gardner e Halweil 11)

-- Il China Project (il più lungo studio epidemiologico della storia) conclude che "per la salute mondiale, liberare le società industrializzate ... dalla dipendenza dalla carne sarebbe un fattore decisamente più determinante di tutti i medici, politiche di tutela sanitaria, e farmaci messi insieme".

Una coraggiosa ricerca (The Medical Costs Attributable to Meat Consumption), pubblicata nel 1995 sulla rivista americana Preventive Medicine, ha stimato che ogni anno i costi sanitari del consumo di carne, per gli Stati Uniti, ammontano ad una cifra compresa tra i 28.6 e 61.4 miliardi di dollari. Si tratta di una stima ottimistica: non comprende il valore, incalcolabile in termini monetari, delle sofferenze e dei decessi delle persone affette da patologie degenerative causate dal consumo di carne, così come esclude i 33 miliardi spesi in farmaci e programmi per diminuire di peso. (Gardner e Halweil 41-2) È inaccettabile che interessi motivati dal profitto abbiano sovvertito le conoscenze in campo nutrizionale solo ed esclusivamente per assicurare guadagni economici e che le organizzazioni governative siano complici di tutto questo. Favorire i produttori di carne significa causare un aumento della mortalità e della morbilità per alcune patologie e quindi un incremento del consumo di farmaci, delle spese per l'assistenza sanitari e per la ricerca medica. Le conseguenze di tale sostegno sono da un lato una sensibile riduzione del benessere dei cittadini, ma dall'altro un innalzamento del PIL (Prodotto Interno Lordo), un indicatore molto imperfetto del vero benessere, che considera sia il valore, per esempio, dei videoregistratori costruiti che, per assurdo, quello dei quintali di policlorobifenili sintetizzati e sparsi nell'ambiente. Allo stesso modo, produzione e consumo di milioni di tonnellate di carne aumentano il PIL rendendo una nazione più ricca all'apparenza, nonostante le drammatiche conseguenze per la salute e il benessere dei cittadini. (Lorenzi) Bisognerebbe invece ricategorizzare il consumo di carne, includendolo tra i mali sociali insieme a alcool, droghe, mediante - ad esempio - restrizioni pubblicitarie analoghe a quelle imposte ai produttori di sigarette. Se per ogni minuto trascorso fumando, la nostra vita si accorcia di sette secondi, per ogni minuto trascorso a masticare e a ingerire carne, si accorcia di dodici secondi. (Robbins, New World 85) Come accade per le multinazionali del tabacco, le industrie che commerciano prodotti di origine animale si rivolgono ai bambini (29) per "fidelizzarli" cioè creare consumatori dipendenti a vita da questi prodotti. Come le sigarette, questi prodotti uccidono e danneggiano la salute. Come le sigarette, hanno costi sanitari esorbitanti. Una ristrutturazione economica sostanziale dovrebbe perciò introdurre una tassazione penalizzante sui prodotti animali, che compensi la collettività dei costi sanitari ed ecologici impliciti nella loro produzione e nel loro consumo. Dovrebbe penalizzarli in base alla loro mancanza di valore nutrizionale, calcolata per ogni caloria. Sarebbe auspicabile aumentarne il prezzo, incoraggiando a diminuirne il consumo e incrementando la disponibilità di prodotti alternativi. La poca attenzione, più o meno intenzionale, che viene dedicata alla sicurezza dei prodotti di origine animale è particolarmente rischiosa nei Paesi in via di sviluppo, dove le regolamentazioni e la loro applicazione sono particolarmente lassisti. L'uso di antibiotici, ormoni e pesticidi ne aumenta grandemente il rischio. La WHO dichiara che gli alimenti di origine animale sono i più frequentemente contaminati, globalmente causa d'intossicazione e malattia per milioni di persone e che il numero delle intossicazione da essi provocate è probabilmente 300-350 volte superiore a quello dei casi i ufficialmente registrati. (2020 49-50) I rischi per la salute dei consumatori sono dovuti alla natura altamente deperibile dei prodotti animali, alla loro posizione alta nella catena alimentare, all'uso di ormoni per stimolare la crescita degli animali allevati, a quello di antibiotici usati per proteggerli dalle tremende condizioni igieniche nelle quali vengono costretti. Questi farmaci vengono usati per incrementare la produttività e per produrre più carne per ogni dollaro investito. I pesticidi sono molto più pericolosi, quando vengono ingeriti attraverso carne e latticini: gli animali consumano grandi quantità di vegetali irrorati di pesticidi, e questi assumono una forma concentrata, nella loro carne. Attraverso i prodotti di origine animale, i pesticidi vengono quindi consumati dagli umani in quantità più concentrate di quanto avvenga consumando direttamente i vegetali inquinati. Studi recenti relativi all'alimentazione dei cittadini americani, ad esempio, dimostrano come, considerando tutti i residui chimici presenti nel cibo , tra il 95 e il 99 per cento si trovano in carne, pesce, prodotti caseari e uova. (Robbins, New America 315) Queste alte concentrazioni di pesticidi non sono un esclusiva del mercato americano, ma sono un esclusiva dei prodotti animali. Infine, sostanze chimiche nocive (come il DDT), proibite negli USA e negli altri Paesi industrializzati, vengono esportate e usate dall'industria zootecnica nei Paesi in via di sviluppo. Donne e bambini sono le vittime più numerose. Le donne, anche se tendono a consumare meno carne, sono più esposte ai rischi perché nei loro organismi generalmente c'é una maggior percentuale di grasso, in cui si accumula un maggior quantità di tossine. I bambini assumono queste tossine attraverso l'allattamento. Le conseguenze sono un indebolimento del sistema immunitario e una riduzione dei processi di sviluppo. Diversamente da infarti, malattie cardiovascolari e tumori, si tratta di patologie che colpiscono direttamente i poveri.


Disinformazione
Negli Stati Uniti le aziende alimentari spendono in pubblicità più di qualsiasi altra industria: 30 milioni di dollari all'anno. (Gardner e Halweil 29) Quando l'USDA (Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti) redasse la nuova piramide alimentare che enfatizzava il ruolo di cereali, legumi e vegetali, sostituendoli ai prodotti animali, i produttori di carne insorsero e riuscirono a non far pubblicare questa nuova piramide. (Durning e Brough 45) Un anno e un miliardo di dollari dopo la piramide venne pubblicata. Marion Neestle, curatrice del Surgeon General's Report on Nutrition and Health nel 1988, spiegava così la situazione. "Gli standard per i quattro gruppi sono basati sulle lobby americane (1) del settore agro-alimentare. Perché un gruppo è dedicato ai prodotti caseari? Perché esiste un National Dairy Council. Perché ce ne è uno dedicato alla carne? Perché la lobby della carne è estremamente potente." (Robbins, New World 75) Nei Paesi industrializzati, scuole, agenzie stampa, gruppi d'interesse pubblico e agende governative diffondono informazioni altrettanto infondate. Gli ostacoli principali alla diffusione del veganismo sono la malintesa convenienza attribuita ai prodotti animali e la mancanza d'autocritica. I prodotti animali vengono consumati soprattutto per questioni emotive e sociologiche, indotte dall'attenersi pigramente a false "tradizioni" alimentari. Al di là dei considerevoli fraintendimenti circa il loro contenuto nutrizionale, i prodotti animali si assumono fondamentalmente per soddisfacimento voluttuario: i consumatori, semplicemente, ne apprezzano i sapori. È una disposizione indotta nell'infanzia, (2) rinforzata dalle informazioni ingannevoli veicolate dalle industrie alimentari (3), il cui lobbying influenza i governi, che ne reificano gli interessi "praticando la disinformazione" (4). Le istituzioni, oltre che con colossali finanziamenti, supportano esplicitamente il consumo e la produzione di alimenti animali mediante regolamentazioni inadeguate e pubblicizzando informazioni fuorvianti. (5)

(1) Negli Stati Uniti, quattro compagnie possiedono l'87 per cento delle strutture per il packaging delle carni bovine, il 60% degli stessi impianti destinati a quello delle carni suine, il 45% dei polli e il 30% delle uova. (Tansey 128)
(2) Recentemente una casa editrice italiana, la Carthusia Edizioni, ha prodotto per la Provincia di Milano, Assessorato all'Agricoltura e ai Parchi, uno stampato intitolato "Tutto sul bovino", dedicato ai ragazzi delle scuole medie inferiori "[...] per predisporre le famiglie a un consumo intelligente e soprattutto a diradare i dubbi [...]", che contiene definizioni come "la mamma dell'arrosto" per identificare la mucca e "un thriller da 45 secondi" per introdurre il capitolo relativo alla macellazione dove: "Dopo questa vita tutto sommato particolarmente piacevole per un animale da allevamento, il passaggio dal vitellone che si pavoneggia al piatto di arrosto con patatine di cui parlavamo prima avviene in un posto particolare, chiamato macello. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il macello non è un luogo sinistro pieno di omaccioni con coltellacci che sembrano i fratelli dell'orco di Pollicino. Assomiglia piuttosto a una fabbrica olandese: ariosa, ben organizzata e dove tutto avviene a tempi di record. I futuri arrosti (dai 30 ai 1000 al giorno) ci arrivano dopo un viaggio piuttosto confortevole in camion a due piani, come gli autobus di Londra.".
(3) Nel febbraio del 2001, l'ADUC (Associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori) ha segnalato all'Ufficio Pubblicita' Ingannevole dell'Antitrust la pubblicità degli omogeneizzati di manzo Plasmon e di quelli Mellin. Entrambi vantavano di avere prodotti importati da nazioni (Uruguay e Argentina) "riconosciute non a rischio Bse". Dato che in quei Paesi c'era un cordone sanitario a causa dell'afta epizootica, e le esportazioni verso Usa e Ue erano bloccate, il Garante ha ritenuto fondate le richieste dell'Aduc)
(4) Il 19 gennaio 2001, una puntata dedicata allo scandalo BSE della trasmissione televisiva Il Raggio Verde ha mostrato come la Commissione europea abbia nascosto il pericolo dal 1990. Queste sono le parole esatte scritte sulla nota del dossier Mucca pazza del 12 Ottobre 1990 - nota che doveva servire per la relazione al comitato permanente dei veterinari del 9-10 ottobre : "Sul piano generale bisogna minimizzare questo affare 'mucca pazza' Praticando la disinformazione. È meglio dire che la stampa ha la tendenza ad esagerare."
(5) ROMA - "Profondo rammarico" ha espresso il ministro della sanità Veronesi per l'esito della riunione del comitato veterinario di Bruxelles. "E' stata persa l'occasione - ha detto - di dotare l'UE di uno strumento comune per prevenire efficacemente l'eventuale diffusione della BSE. Il fatto e' grave perché come medico oltre che come ministro non accetto che si antepongano calcoli e strategie corporative o lobbistiche alla tutela della salute dell'uomo" (ANSA, 15 novembre 2000)


Produzione, mercati e consumi
La sovrappopolazione, la tecnologia e i diritti delle donne sono spesso oggetto di dibattiti. Per quanto riguarda i consumi, generalmente c'è invece silenzio. Tale silenzio non sorprende: romperlo costringerebbe il quinto più ricco della popolazione mondiale (reddito 86 volte superiore a quello del quinto più povero) a mettere in discussione il proprio stile di vita e a negare il dogma del "più ce ne è, meglio è". Nei Paesi industrializzati vive un quarto della popolazione globale, che consuma 3 volte più del totale dei consumi del 75 per cento restante della popolazione umana complessiva e consuma tre quarti della produzione alimentare globale. Il 20 per cento più ricco della popolazione globale consuma il 45 per cento della carne e del pesce. Alle medesime risorse, il 20 per cento più povero della popolazione globale accede per il 5 per cento. (UNDP 2) Le nazioni industrializzate non sono autosufficienti per quanto riguarda le scorte alimentari, e importano ingenti quantità di alimenti. Nel 1989, Nord America, Europa e Giappone hanno importato generi alimentari di prima necessità per un valore di 136 miliardi di dollari, importo superiore a quanto abbiano ricavato dagli alimenti esportati. I Paesi in via di sviluppo, viceversa, sono solo importatori di questi beni. (Durning 56-7, Tansey 124, Hunger 50,160) L'ammontare complessivo dei sussidi versato dai Paesi industrializzati alle proprie industrie agrozootecniche ammonta a 300 miliardi di dollari: sei volte di più del valore ufficiale degli aiuti forniti al Terzo Mondo. (Wilson 365) L'impatto dell'iperconsumo di risorse dei Paesi industrializzati viene aggravato da un consumo eccessivo di cibi di origine animale: non soltanto tali nazioni consumano più cibo rispetto a quanto avviene nel resto del mondo, ma i generi alimentari maggiormente consumanti sono i più nocivi per l'ambiente, per la salute e per l'economia. Le leggi che regolamentano il commercio alimentare, non richiedendo che i prodotti vengano etichettati in modo da esporne una dettagliata descrizione dei metodi produttivi, dei contenuti e degli effetti sulla salute, mettono come priorità il profitto anziché la salute dei consumatori, privati della possibilità di scegliere quali prodotti acquistare e di sostenere il genere di produzione che giudichino maggiormente compatibile con la propria etica. In virtù di accordi commerciali internazionali come il GATT, la resistenza ad adottare un etichettatura (30) onestamente informativa è straordinariamente forte e, anche se lo volessero, i governi che abbiano sottoscritto tali accordi non potrebbero discriminare i prodotti ottenuti in maniera dannosa per la salute dei consumatori, né evidenziarne il metodo di produzione, l'uso di ormoni, di pesticidi, la dannosità o il rispetto dell'ambiente in fase produttiva, se si tratta di un prodotto equo o "schiavista", eccetera... un uovo viene comunque sempre chiamato uovo. (Tansey 189) Al consumatore sono negati possibilità e diritto di scegliere in base a criteri che non rispondano alla necessità di profitto per l'agribusiness mondiale. In occidente è ancora diffusa la credenza che gli umani abbiano bisogno di consumare prodotti animali. Si tratta di una convinzione basata su falsi presupposti. Altrettanto diffusa è la supposizione che allevare animali per ricavarne carne, latte, uova e formaggi possa aiutare i poveri a sfamarsi. Anche questo è falso. Tali prodotti non solo non li aiutano, ma danneggiano i poveri. L'agribusiness occidentale descrive l'allevamento come un'attività che aumenta il reddito locale, crea posti di lavoro e beni per l'esportazione. In realtà, né i profitti né il cibo ricavati da tali attività sono diretti ai poveri. Importando il modello zootecnico occidentale, i Paesi in via di sviluppo ne vengono danneggiati, perché ciò richiede l'importazione ad alto costo di tecnologie straniere. (Tansey 202) Inoltre, l'importazione è necessaria solo per soddisfare le elite benestanti, che acquistano costosi prodotti animali dai Paesi ricchi, mentre i poveri consumano prodotti locali. Le dimensione raggiunta dell'attuale disponibilità di prodotti animali non sarebbe possibile senza l'impianto e l'utilizzo di allevamenti intensivi, e le piccole aziende familiari non hanno modo di sopravvivere alla loro concorrenza. (Hunger 150-1) Livestock to 2020:The Next Food Revolution è una pubblicazione redatta dall'IFPRI in collaborazione con la FAO e l'ILRI (Istituto Internazionale di Ricerca sulla Zootecnia), in cui il problema della fame viene analizzato collegandolo alla zootecnia. Le argomentazioni che 2020 propone a favore del consumo di prodotti animali sono di questo tenore: "In molti casi, i poveri delle comunità rurali, soprattutto le donne, dall'allevamento traggono vantaggi superiori a quelli che ne ricava chi è relativamente benestante. Ciò solleva dubbi circa la moralità delle posizioni politicamente contrarie agli allevamenti." Proponendo di "destinare i sussidi ai piccoli produttori" per "orientare il mercato in favore dei poveri", l'IFPRI omette di ricordare che la produzione attuale degli allevamenti è controllata da una manciata di holding, che spingono costantemente i piccoli produttori fuori dal mercato. (Durning e Brough 27) I grandi produttori, traendo spropositati benefici dall'infrastruttura, dalla deregulation, dalla liberalizzazione del commercio, dalla privatizzazione di produzione e mercati, oltre a controllare in modo sempre più influente comparti multipli dei processi produttivi (vale a dire coltivazioni, semi, pesticidi, ormoni, attrezzature, terreni, animali, brevetti, eccetera) (Tansey XVI), attraverso istituti di finanziamento pubblico (ad esempio la Banca Mondiale), promuovono nel Terzo Mondo una produzione di carne, destinata all'esportazione. (Durning e Brough, 38) (31) Gli autori di 2020 propongono di aumentare le risorse pubbliche e private da destinare alla produzione di carne (VII), di aumentare le infrastrutture per commerciare questi prodotti (2020 53), di incrementare l'impiego una tecnologia dalla quale beneficerebbero in maniera sproporzionata solo le grandi industrie (2020 59) e, per soddisfare la domanda, suggeriscono l'integrazione verticale dei piccoli allevamenti in modo da aumentarne la competitività con gli allevamenti intensivi. (2020 42) Al contrario, la possibilità di superare gli allevamenti - storico ostacolo alla sostenibilità ambientale dell'agricoltura - dipenderà soprattutto dalla capacità di riscrivere le politiche e dal ripensare le strategie di sviluppo. Per attuare riforme, saranno necessari dei cambiamenti nelle abitudini alimentari dei consumatori di carne in tutto il mondo. (Durning e Brough 45) Purtroppo, l'OECD (Organization for Economic Co-Operation and Development) riporta che "(...) le democrazie industriali garantiscono ad allevatori e mangimifici sussidi e del valore di 120 miliardi di dollari nel 1990, da 110 miliardi di dollari nel 1989." (Durning e Brough 35) Il 2020, sostiene che: "carne e latte attualmente contribuiscono per oltre il 40 per cento al valore degli alimenti e della produzione agricola mondiale, ma ricevono una quota sproporzionatamente piccola di finanziamenti pubblici che ne facilitino la produzione". (2020 65) L'OCSE descrive tale quota di finanziamenti pubblici ricevuti dal comparto zootecnico con queste parole: "I prodotti della zootecnia ricevono due terzi dei sussidi complessivi per l'agricoltura previsti dai Paesi dell'OCSE e i mangimi a base di cereali e soia ricevono una sostanziale parte dei finanziamenti restanti. La Comunità Europea destina i finanziamenti più ingenti agli allevamenti, mentre gli Stati Uniti favoriscono i produttori di mangimi. Tra i prodotti di origine animale, l'industria casearia e del manzo sono quelle che ricevono i maggiori sussidi, seguiti da maiale e polli." (Durning e Brough, 35) L'economista Bruce Rich, descrivendo i sussidi US all'industria zootecnica in America Latina, scrive: "nessun altro comparto nei Paesi in via di sviluppo ha mai ricevuto un supporto estero altrettanto straordinario". (Robbins, New World, 45) In Europa, la situazione non e' diversa. Nel 1998, gli europei hanno consumato 7,4 milioni di tonnellate di carni bovine. (Dufour) Nel 1999, la Commissione Europea ha autorizzato prestiti agli allevatori per quasi 620 milioni di Euro. Nel 2000, ha approvato 14 programmi (per un totale di 12 milioni di Euro) di promozione delle carni di manzo e vitello: pubblicità su tutti gli strumenti d'informazione, partecipazioni a fiere e pubbliche relazioni. La riforma della Politica Agricola Comunitaria (PAC) prevede inoltre un aumento degli aiuti agli allevatori, che dal 2002 riceveranno 210 Euro per ogni toro allevato e 150 Euro per ogni manzo, che si sommano agli 80 Euro per ogni bovino macellato. (Lorenzi) I danni delle continue epidemie provocate dal complesso zootecnico, sono a carico dei consumatori. Per la peste suina diffusa nei Paesi Bassi nel 96, vennero abbattuti milioni di capi di bestiame e il costo dell'operazione (1 miliardo di ecu - circa 2.000 miliardi di lire) fu rimborsato per metà a carico dei contribuenti europei. (Dufour) Nel Regno Unito (unico Paese che ha elaborato una precisa quantificazione dei danni economici dell'epidemia di Bse) lo Stato - e quindi i contribuenti - si è fatto carico nei primi tempi della metà dei danni degli allevatori e dal 1990 del 100% di essi. (Lorenzi) I contribuenti italiani hanno aiutato gli allevatori pagando il 60% dei costi per lo smaltimento delle carcasse degli animali morti in stalla - a causa delle durissime condizioni di vita e delle manipolazioni a cui sono sottoposti perché rendano un profitto maggiore. Ai contribuenti europei, la BSE e' finora costata oltre 40.000 miliardi.


Italia
L'ultimo rapporto sulle specie domestiche realizzato dalla FAO documenta come, globalmente, le razze a rischio estinzione oggi sono 1.350, circa un terzo degli animali da allevamento. La situazione è particolarmente grave in Europa, dove quasi la metà delle 2.576 razze censite rischia di estinguersi. In Italia, gli animali da allevamento si estinguono e la biodiversità s'impoverisce al ritmo di due razze in meno ogni settimana. A minacciare gli animali sono l'esportazione verso i Paesi in via di sviluppo e un mercato che potrebbe portare all'estinzione degli asini romagnolo, sardo e ragusano e delle vacche chianino-maremmane, calvana, reggina e modicana. In pericolo anche il suino delle Nebroidi delle Madonie, le pecore rosset e istriana e diverse razze di capre. (1) Nell'arco della propria esistenza, un italiano consuma mediamente 14 bovini, 23 suini, 45 tacchini e 1.100 polli - per un consumo di carne annuo pari a 80 Kg (tre volte il quantitativo ritenuto accettabile dall'Istituto Italiano della Nutrizione). Solo nella pianura padana, si allevano 6 milioni di bovini e 6,3 milioni di suini (equivalenti ad un popolazione aggiuntiva di 120 milioni di persone, che contribuiscono ad inquinare il Po) e vengono macellati oltre 700 milioni di animali ogni anno - ma per soddisfare l'iperconsumo di carne, dobbiamo importare prodotti animali per un valore di 10.000 miliardi l'anno. (Moriconi 2) Il sistema produttivo punta al massimo profitto, rappresentato dal massimo ribasso dei costi (2) e quindi dal ricorso ad ogni espediente che aumenti la resa della merce. L'attuale modello zootecnico fa largo uso di antibiotici e di stimolatori della crescita: il settore del mercato farmaceutico alimentato dagli allevamenti globalmente ha un giro d'affari di circa 250 miliardi di dollari. (Dufour) Il controllo sulle carni, in Italia viene eseguito (3) per rilevare la presenza di ormoni o di alcune malattie infettive, non per garantire la qualità totale. Le sostanze ormonali vietate in Europa circolano quindi abbondantemente, perché il loro utilizzo produce ricavi economici non indifferenti (circa 200 mila lire per ogni vitello agli allevatori, per un mercato di farmaci che si può stimare in tutta Europa sui 500 miliardi di lire l'anno). (Moriconi 2) Le analisi per individuare la presenza di ormoni sono ostacolate dal mascheramento gli ingredienti: basta cambiare un elemento della molecola per invalidarle, e la specializzazione dell'illecito è ormai più progredita della tecnologia dei laboratori di ricerca ufficiali. Nel '96, più di 60 persone sono dovute ricorrere a cure ospedaliere a causa della carne "estrogena" (Moriconi 2), nel totale silenzio dell'informazione e senza il collegamento per il necessario approfondimento della connessione tra la medicina umana e quella veterinaria. La carne contenente sostanze ormonali può causare infarti, embolie, alterazioni del ciclo sessuale, umore altalenante per alterazione della funzionalità tiroidea, possibili forme di cancro, alterazioni dell'equilibrio endocrino. Quando assunte inconsapevolmente in maniera massiccia, le sostanze ad azione beta agonista, molto utilizzate attualmente e in pratica non rilevabili dai laboratori ufficiali, possono dare forme di intossicazione con aritmia cardiaca, edema polmonare, tremore muscolare, palpitazioni, nervosismo, cefalea, dolori muscolari e in tempi più lunghi possono indurre telarca (sviluppo delle mammelle in età prepubere), aumento della pressione arteriosa e conseguenti emorragie celebrali, infarti o angine acute, aritmie ventricolari e tachicardia. L'autocontrollo da parte dei produttori, non può garantire (quale produttore indicherebbe la presenza della diossina nei propri procedimenti?) e se i controlli fossero efficaci, non verrebbero rubati (per finire sulle nostre tavole) migliaia di bovini ogni anno. La politica dei controlli, in realtà, serve soprattutto alla parte produttiva e funziona da grande traino pubblicitario. Di fronte all'ennesima emergenza alimentare causata dal complesso zootecnico (BSE, Blue Tongue, listeriosi, brucellosi, peste suina, polli alla diossina, Escherichia coli, salmonella, influenza aviaria, batteri negli hamburger, istamina...) (4), le autorità, anziché mettere in discussione il sistema produttivo, preferiscono non deprimere il mercato (5): tranquillizzano quindi i consumatori, sostenendo che gli alimenti a rischio verranno subito ritirati dal commercio - grazie ai controlli. I consumatori si fidano ciecamente di tali analisi perfino quando, ad esempio, i media li informano (7 maggio 1999) che in Italia sono state sicuramente consumate grandi quantità di carni a rischio BSE per almeno quattro mesi. Tra il dicembre 1998 e l'aprile 1999, ben 19 bovini non conformi alle garanzie sanitarie, infatti, sono stati esportati in Italia dall'Irlanda. (Moriconi 3)

(1) Carlotta Jesi. Animali da allevamento: 1.350 rischiano l'estinzione. VITA Non profit online. Dicembre 2000.
(2) A Camberley (Inghilterra), due fast food McDonald's sono stati condannati per aver impiegato illegalmente dei minori. Gli ispettori hanno notificato al tribunale cinquantuno infrazioni che riguardavano 10 ragazzi al di sotto dei 16 anni. I ragazzi lavoravano anche fino alle due del mattino nei giorni di scuola e facevano turni doppi il sabato In alcuni casi, lavoravano anche per 16 ore consecutive. McDonald's se l'è cavata con una multa (di 40 milioni di lire circa) e tante scuse a tutti. (Il Manifesto, 4 agosto 2001)
(3) Il controllo si effettua su 8 polli in un milione di polli macellati, su 7 bovini su mille: in sostanza, un bovino può in teoria essere costretto ad assumere in due anni cinque chili di sostanze chimiche di sintesi, dagli antibiotici agli ossidanti, dai coloranti agli appetizzanti. (Moriconi 2)
(4) BSE: i funzionari del Ministero alla sanità inglese sostengono di non poter stimare il numero delle future vittime umane di questa patologia Secondo uno dei principali esperti inglesi, il Prof. John Collinge, membro del SEAC (Spongiform Encephalopathy Advisory Committee), che supporta il governo inglese sulla BSE, il periodo di incubazione potrebbe essere di 30 anni: le vittiome potrebbero essere almeno 230 mila. (BBC News).
Influenze aviare: In Italia questo virus ha ucciso 5 milioni di polli e galline. (gennaio 2000) Tra il dicembre 97 e il gennaio 98 tutti i polli di Hong Kong sono stati uccisi perché colpiti da un'influenza a causa della quale sono decedute almeno 7 persone.
Diossina: il 2 febbraio 2000, in Italia sono state bloccate cinque tonnellate di carne belga, destinata alle mense, a rischio diossina.
Il 2 Giugno 99 era scoppiato lo scandalo dei mangimi contenenti diossina: la Comunità Europea ne era al corrente dal 26 aprile, ma ne ha dato comunicazione ufficiale soltanto il primo giungo, quando la materia prima incriminata era stata ormai diffusa ai mangimifici.
Escherichia: Soltanto tra il '96 e il '97, per aver consumato hamburger contaminati da Escherichia coli, in Scozia sono morte 20 persone e se ne sono ammalate circa 400.
Listeria: per aver consumato prodotti (salsicce, lingue) derivati dai suini contenenti questo germe, in Francia.sono morte 7 persone.
Salmonellosi: in Gran Bretagna si scoprì nel 1989 che gran parte delle uova prodotte ne erano infette. Nel gennaio 1989, a Napoli ne vengono colpite (e sacrificate) 4000 galline.
Istamina: si trova spesso nei pesci mal conservati. Sono già stati accertati diversi casi di mortalità fra i consumatori. (Enrico Moriconi. Alcune conseguenze della zootecnia intensiva. Febbraio 2000)
(5) Nonostante il sistema delle quote latte sia in vigore in Europa da 14 anni, ad esempio, finora nessun allevatore italiano ha mai pagato una multa, mentre gli oneri relativi agli impegni assunti dall'Italia sono stati pagati dallo Stato ( e quindi dai contribuenti) nella misura di 80.000 lire annue. (Visintin)


BSE
Il settimanale tedesco Der Spiegel, nel febbraio 2001, presentava così l'approdo della Bse in Germania: "un crimine perpetrato da funzionari e politici per salvaguardare l'industria agricola, incuranti dei rischi che con le loro decisioni hanno fatto correre a chissà quante persone". Per dare un'idea del livello di complicità che lega le autorità italiane al comparto zootecnico, può essere utile riepilogare (1) la vicenda BSE in Italia:

-- 22 marzo 1996: prima epidemia in Gran Bretagna, embargo europeo sulle carni inglesi (a causa dei mangimi integrati con farine di carne, vietati dal '94). Mentre il governo Prodi rassicura: "Nessun rischio per l'Italia", la Procura di Torino, ispeziona alcuni mangimifici e individua diversi sacchi con la dicitura "Farine di carne". Si scopre come alcune aziende, nonostante un'ordinanza del 30 marzo 1995 avesse vietato i carnicci (pelli importate dall'estero, Gran Bretagna compresa) come possibili agenti della Bse - li riciclassero per venderli ai mangimifici e ai produttori di gelatine (caramelle, budini e dadi per brodo). Il governo, pur essendone a conoscenza, non era mai intervenuto.

-- Luglio 1997: epidemia di BSE in tutta Europa. Ordine di "controlli a tappeto" su tutto il territorio nazionale. Le direttive europee impongono di analizzare ogni anno almeno 235 campioni di cervelli dei bovini più a rischio. Nel 1998, l'Italia ne ha analizzati 35 e nel '99 ancora meno (nel primo semestre erano 12). La UE considera quindi l'Italia un paese inaffidabile, e la classifica nella seconda fascia (categoria "C") dei Paesi più a rischio.

-- 23 marzo 2000: secondo il Ministero non si sono verificati casi di Bse, le analisi hanno dato sempre esito negativo e sono in vigore tutte le misure di controllo e monitoraggio previste dalle normative comunitarie: l'Italia si oppone alla rimozione, richiesta dal al Comitato veterinario Ue, degli organi bovini a rischio. I titolari delle dieci aziende che producevano mangimi alle farine di carne vengono rinviati a giudizio. A dicembre, il governo D'Alema vara il decreto sulla depenalizzazione dei reati minori, che comprende anche la legge 281 del 1963, con il risultato di assolvere tutti i mangimifici fuorilegge perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato.

-- Estate 2000: viene messo a punto il "test rapido" anti-Bse, che a settembre diventa obbligatorio per tutti i bovini "a rischio farine. Il cervello di ogni capo macellato deve essere inviato allo Zooprofilattico, dove però non giunge alcun campione. I Nas scoprono una quindicina di aziende che macellano i capi a rischio aggirando i test obbligatori e immettono la carne sul mercato, spacciandola per sana con cartellini contraffatti.

-- Novembre 2000: Ministri sostengono che i mangimi sono garantiti, da tempo, senza farine animali. Dai rilevamenti del Nas, risulta il contrario: fra il 1996 e il 1999 il 14 per cento dei mangimi italiani conteneva farine animali. Idem, in percentuale appena inferiore, nel 2000. Il governo estende i test rapidi obbligatori a tutti i bovini con più di 30 mesi (30.000 capi): una spesa elevatissima per i contribuenti, un business da oltre 100 miliardi l'anno per l'unico fabbricante delle macchine per i test: la Prionics, e molti Zooprofilattici non ce l'hanno, mentre il macchinario arriva velocemente a molti laboratori privati, a cominciare da quelli di Cremonini. (2) Questa e altre aziende prima ancora dell'inizio dei test, acquistano pagine sui maggiori quotidiani per reclamizzare la "carne sicura e certificata". Certificata da chi? Come per l'uso improprio dei test, il reato ipotizzato è frode in commercio. (3) Nel visitare la Cremonini per vederci più chiaro, i Nas incontrano una delegazione di emissari dell'Istituto superiore di sanità, sul luogo per ispezionare il laboratorio privato, che dovrebbe presto ospitare un distaccamento di alcuni Zooprofilattici oberati di lavoro. In pratica, è la privatizzazione dei test, con una certa confusione tra controllore e controllato.

-- 15 gennaio 2001: il primo caso "ufficiale" di BSE in Italia, viene scoperto in un allevamento di Cremonini. Il Governo Italiano stanzia quasi 280 milioni di lire per pagare la produzione e la diffusione di spot pubblicitari, con lo scopo di tranquillizzare i consumatori sulla sicurezza delle carni italiane. (Lorenzi 2) Fino a oggi non una singola lira è stata spesa per informare la gente sui vantaggi per la salute dell'alimentazione basata esclusivamente su prodotti vegetali.

-- Febbraio - aprile 2001: mentre il Governo elargisce 290 miliardi a favore di allevatori e macellai, i NAS sequestrano oltre 30mila capi di bestiame, 4.500 tonnellate di mangime e mezzo milione circa di carne macellata. Sono stati effettuati migliaia di test antiBse, a fronte dei quali però sono state "rottamate" decine di migliaia di bovini. La "rottamazione" consente di evitare il test eliminando il bovino. Sorge il dubbio che si preferisca mandare a distruzione i bovini per non sottoporli ai test sulla Bse e contestualmente incassare il premio "rottamazione". Che qualcuno faccia il furbo e' messo in conto ma che gli organismi preposti, vale a dire il Governo, non preveda test anche per i bovini "rottamati" appare incomprensibile o troppo comprensibile. Tra "rottamazione" e stoccaggio il problema mucca pazza è costata oltre 1000 miliardi di sostegno pubblico, cioè del contribuente, al settore. Insomma il consumatore, oltre a pagare la carne al momento dell'acquisto (nessuno la regala), deve pagare gli allevatori per le mucche "rottamate", pagare il sistema di smaltimento, pagare lo stoccaggio dell'invenduto e pagare per i macellai per lo slittamento delle date di versamento delle tasse. Tutto a carico del consumatore ignaro perché nessuno lo informa. (aduc.it)

(1) Questo riepilogo e' in larga parte tratto dall'articolo Chi ha nascosto mucca pazza? di M.Travaglio, pubblicato da L'Espresso.
(2) Il gruppo Cremonini è il leader italiano della produzione di carne: fornitore di McDonald's e per i principali fast food italiani (20.000 tonnellate di hamburger ogni anno), gestore della ristorazione sui treni FS (2500 miliardi di fatturato, 8000 dipendenti), controlla oltre 30 società (finanziarie, immobiliari, commerciali e di distribuzione. (Lorenzi)
(3) Il 26 giugno 2001, McDonald's Italia è stata condannata dall'Antitrust per pubblicita' ingannevole. L'Antitrust ha punito la multinazionale per i messaggi pubblicitari che promettevano l'assoluta sicurezza delle carni McDonald's, fornite in esclusiva dal gruppo Cremonini:"I messaggi pubblicitari... diffusi dalla società McDonald's Developments Italy Spa, costituiscono, per le ragioni e nei limiti esposti in motivazione, fattispecie di pubblicità ingannevole ai sensi degli artt. 1, 2, e 3, lettera a), del Decreto Legislativo n. 74/92, e ne vieta l'ulteriore diffusione". (Provvedimento PI3301 Mc Donald's - hamburger sicuri)









tratto da www.mucca103.org [»]


Note
(1) Usiamo la definizione "Paesi in via di sviluppo" in maniera intercambiabile con "Paesi poveri", "Terzo Mondo", "Paesi meno sviluppati", senza differenze di significato. Vogliamo includere ogni nazione o regione che sia rilevante a seconda dei casi, in alcuni dei quali, questa definizione indica anche i Paesi "mediamente sviluppati".
(2) "La maggior parte delle ricerche commerciali sulle coltivazioni transgeniche avvantaggerà più i Paesi sviluppati che quelli in via di sviluppo". (Hunger 143).
(3) In un allevamento con meno di 100 suini, i costi relativi agli antibiotici sono di 120.000 lire per animale e, in caso di la produzione è intensiva, le spese possono superare le 300.000 lire per ciascun animale allevato. (Dufour).
(4) Le Monde, 30 aprile 1999.
(5) Jacques Loyat e Yves Petit, La Politique agricole commune, La Documentation française, Parigi, 1999.
(6) J. Andrè, Sette miliardi di vegetariani, 1988, Giannone Ed., Palermo.
(7) F. Caporali, Ecologia per l'agricoltura, UTET 1991.
(8) The Year the World Caught Fire, rapporto del WWF International, dicembre 1997.
(9) Catherine Caulfield, "A Reporter at Large: The Rain Forests" New Yorker, 14 gennaio 1985.
(10) Le secteur agro-alimentaire face au probleme de l'energie, OCSE, Parigi 1982. Op. cit. in: J. Andrè, Sette miliardi di vegetariani, Giannone Ed.
(11) Jeremy Rifkin, Das Imperium der Rinder, Campus Verlag, pag. 12, 1992.
(12) Roberto Marchesini, Oltre il muro: la vera storia di mucca pazza, 1996, Muzzio Ed., Padova
(13) Catherine Caulfield, "A Reporter at Large: The Rain Forests" New Yorker, 14 gennaio 1985.
(14) McMichael AJ., Vegetarians and longevity: imagining a wider reference population. Epidemiology v.3 (5) p.389-391, 1992.
(15) Chang-Claude J. et al, Mortality pattern of German vegetarians after 11 years of follow-up. Epidemiology vol.3 (5) p.395-401, 1992.
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(28) www.scienzavegetariana.it/nutrizione/ADA_ital.htm
(29) Il verdetto del "processo per diffamazione" che McDonald's ha intrapreso nei confronti di alcuni membri dell'associazione londinese London Greenpeace, "colpevoli" di un volantinaggio che attaccava questa multinazionale su molti temi, ha dimostrato la fondatezza (pubblicità ingannevole per i bambini, sfruttamento dei lavoratori, maltrattamento degli animali) di molte delle accuse mosse a McDonald's dagli attivisti.
(30) Dal decreto italiano sull'etichettatura delle carni bovine fresche e congelate, sono esclusi dalle etichettatura il fegato e le carni trasformate (bresaola, carne in scatola, salumi, eccetera). E' prevista soltanto l'indicazione del luogo di macellazione e del luogo di nascita e ingrasso. Se il problema sono le farine animali perché l'etichetta non deve riportare il metodo di alimentazione?
(31) Il mercato mondiale - alimentato dalle eccedenze agricole di Unione europea, Canada e Stati Uniti - ha costi estremamente bassi, che resteranno tali a lungo, secondo un recente rapporto della Banca Mondiale: prezzo del latte compreso tra le 225 e le 300 lire al litro; un chilo di maiale tra le 450 e le 690 lire e di bovino a 1.300 lire. Per produrre a costi così bassi, è necessario eliminare ogni vincolo nella produzione e annullare ogni limite: luoghi di produzione giganteschi, terre e aiuti pubblici accaparrati da pochi agromanager. (Dufour)






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