|

Le sorelle di Carolina. Riflessioni al mattatoio
Ogni giorno la televisione ci porta in casa le immagini degli allevamenti e dei mattatoi. Il problema, si sa, é quello delle mucche malate (pazze mi sembra un'offesa che non si meritano) e delle precauzioni da prendere per evitare il contagio. E ' sottinteso che se non ci fosse il morbo tutto andrebbe bene, staremmo tranquilli: la via crucis che conduce un vitello a ingrassarsi in fretta e poi a lasciarsi scannare, e poi a farsi appendere a un gancio di una macelleria per finire nei piatti degli italiani viene considerata del tutto naturale. Mi sembra che nessuno abbia speso una parola di compassione per quelle bestie senza voce, trattate come depositi di carne, puri contenitori di bistecche e di interiora, cose senza anima. Si è parlato a lungo della mucca 103, chiamandola per numero, perché in fondo era un numero, qualche quintale di cibo che solo una targhetta fissata su un orecchio diversificava dagli altri. Eppure sono convinto che, al di là dei timori alimentari, molta gente osservando i filmati abbia iniziato a ripensare il proprio rapporto con il mondo animale. Gli occhi umidi, malinconici, avviliti di quelle mucche allineate brutalmente in spazi ridottissimi e destinate a un chiodo in fronte in un'asettica fabbrica della morte, a essere spaccate in due da una sega elettrica, di sicuro hanno incrociato lo sguardo di tanti telespettatori, uomini donne e ragazzini ancora non del tutto abituati al sopruso e alla crudeltà.
Sembra che quegli occhi bovini comprendano perfettamente l'atrocità di un destino da condannati a morte. E di colpo quegli occhi infelici ce li sentiamo dentro come una vergogna, continuiamo a parlare con disinvolta preoccupazione di fiorentine e lombate, ma ora lo sappiamo cosa c'è prima: c'è un individuo impotente, una creatura uguale a noi, ma più debole, che non può ribellarsi ma solo subire, messa al mondo unicamente per essere tormentata e uccisa. Se ci siamo commossi per la mucca Carolina portata a spasso per l'Italia dagli allevatori lombardi, se abbiamo gioito per le vittoriose cavalcate di Varenne negli ippodromi di mezza Europa, non possiamo non provare una pena profonda per gli occhi rassegnati di ognuna di quelle bestie che il nostro appetito avvia alla mannaia del macellaio. Quando ascoltiamo il veterinario del mattatoio di Roma affermare con tono rassicurante che in questo periodo vengono abbattuti 150 cavalli al giorno, iniziamo a pensare alla fine di ognuno di loro, al corridoio dove ogni cavallo viene sospinto, all'odore della morte che d'improvviso avverte nelle narici, ai muscoli che gli tremano per il terrore, al nitrito implorante che non lo salverà.
E' orribile imporre la morte a un essere debole , indifeso, accettare senza problemi che una vita buona e mansueta venga troncata per il piacere delle nostre tavole, per la soddisfazione della nostra pancia. Chi ha assistito in campagna allo scannamento di un maiale non potrà mai più mangiare la sua carne: quegli strilli da bambino, quell'angoscia di fronte all'esecuzione imminente, quei suoi inutili tentativi di resistere, di opporsi puntando le zampe sulla terra, ci sono penetrati nella coscienza esattamente allo stesso modo che le immagini delle guerre e dei bombardamenti, delle sedie elettriche e dei campi di concentramento. Chi ama e rispetta la vita, la ama e la rispetta e la piange in ogni punto e a ogni livello, nel maiale come nell'uomo.
Abbiamo tutti lo stesso fragile mondo, non lo imbrattiamo con il sangue degli innocenti e con l'indifferenza, approfittiamo di questo scandalo per promettere una volta per tutte amicizia infinita ai nostri fratelli animali. Chi tiene il coltello dalla parte del manico, abbia il coraggio di posarlo per sempre.
Marco Lodoli, Diario della settimana/22.02.01, tratto da www.mucca103.org
|
|
|