Etica e diritti degli animali


Il dibattito sui diritti e i doveri morali
Negli anni Settanta, con l'approfondirsi della discussione sui diritti della persona, delle minoranze, delle donne e lo strutturarsi del movimento ecologista, riappare un tema che nel corso dei secoli ha coinvolto e accomunato diversi grandi pensatori. Nel 1971, l'oncologo Van Rensselaer Potter pubblica il libro "Bioethics: Bridge to the Future", nel quale, per la prima volta, appare il termine bioetica.

La recente applicazione di sofisticate tecniche ingegneristiche alle scienze della vita e le relative questioni che tali applicazioni sollevano, impongono, infatti, una riflessione etica che definisca i principi morali universalmente validi, posti a tutela del futuro dell’ecosistema. In quest’ambito di discussione s’inserisce il dibattito sulla liceità dell’atteggiamento che l’umana specie ha adottato nei confronti degli animali. Luisella Battaglia, professore di Filosofia Morale all’Università di Genova, indica nel secolo illuminato del Settecento, con le sue idee d’emancipazione e nello scritto post-darwiniano del filosofo inglese Henry Salt "Animals’ Rights Considered in Relation to Social Progress" (1892), l'abbozzo e la nascita di quella che oggi Peter Singer ha definito come teoria della liberazione animale ("Animal Liberation", 1984), il cui scopo è il superamento della discriminazione che l’uomo attua nei confronti dell’alterità classificabile come specie diversa da quella umana: lo specismo.

Singer, filosofo utilitarista australiano autore di molti saggi di filosofia politica, sostiene che "qualsiasi teoria di liberazione implica l’ampliarsi dell’orizzonte morale e la revisione/estensione del concetto d’uguaglianza".
Nel caso della teoria della liberazione animale, ciò significa il superamento dell’antropocentrismo e dell’idea - di matrice religiosa - che sino ad ora ha visto l’uomo padrone indiscutibile ed indiscusso della natura. Si tratta di definire il concetto di soglia, espresso nel saggio omonimo (1996) dallo zooantropologo Roberto Marchesini, acquisendo il quale si raggiunge coscienza di sé, dell’altro da sé e quindi il rispetto della diversità.

Tom Regan, filosofo giusnaturalista statunitense fra i massimi rappresentanti dei teorici della liberazione animale, nel suo saggio "The Case for Animal Rights" (1983), argomenta che l’essere in vita e l’essere soggetti-di-una-vita (percepire, soffrire, emozionarsi, ricordare, ecc.), sono condizioni sufficienti (ma non necessarie) perché un individuo possieda valore inerente, indipendentemente dal valore che gli altri gli attribuiscono. Ne consegue il principio del rispetto, secondo il quale è necessario trattare gli individui dotati di valore inerente in modi che tale valore sia rispettato. Sorge allora la necessità di definire ciò che Silvana Castignone, docente di Filosofia del Diritto, chiama etica interspecifica, che consideri l’uomo una parte non esterna e non centrale dell’ecosistema, organismo costituito da parti che, possedendo valore intrinseco, detengono diritti morali, che l’uomo ha il dovere di soddisfare.

Se esiste un diritto morale, esiste un dovere morale di soddisfarlo. Il pensiero scorre parallelamente all’etica della responsabilità di Hans Jonas ("Il principio di responsabilità", 1990) secondo cui tutti sono responsabili dei propri atti e degli atti che indirettamente hanno favorito o consentito. Lo stesso Jonas ritiene indispensabile un ripensamento delle modalità di relazione uomo-ambiente. Ma la questione così affrontata travalica e addirittura esclude l’estensione ai non umani del concetto stesso di diritto morale. Infatti, tale visione, fra i cui esponenti incontriamo John Passmore ("Man's Responsibility for Nature", 1980), pone l’accento sulla doverosità di taluni atteggiamenti da parte degli uomini, rifiutando la titolarità di diritti morali inerenti agli animali non umani.

Teorie a confronto
L’elemento centrale dell’analisi rimane in tal modo l’uomo, ratificando un’antropocentrica strutturazione gerarchica del mondo e delle sue componenti e ribadendo l’esclusione della specie umana – costituente di una monospecifica comunità umana - dalla plurispecifica comunità biotica. Eppure, sostiene Luisella Battaglia nel suo "Etica e diritti degli animali" (1997), "la critica all’antropocentrismo non comporta ipso facto una critica all’umanesimo" e continua "L’animalismo è certamente antiantropocentrico, non tuttavia antiumanistico".

Detenere uno status morale implica possedere diritti fondamentali e inviolabili, il primo dei quali è il diritto alla non sofferenza, la cui violazione apre la discussione sulla liceità degli esperimenti biomedici sugli animali, sul loro uso negli spettacoli, sulla loro riduzione forzata a macchine produttrici o da assemblare attraverso l’ingegneria genetica. Il secondo diritto è quello alla vita, che pone in discussione la liceità dei mattatoi e del mangiar carne, della caccia e della pesca. Il terzo diritto fondamentale è quello alla libertà, leso dal commercio e dalla detenzione d’animali in condizioni estranee alle loro necessità etologiche e specifiche.

La questione della liberazione animale pone la domanda di come siano e come eventualmente debbano essere impostati i rapporti fra la specie umana e ciò che la circonda, nell’ottica di un superamento dell’artificioso e contrapposto dualismo uomo-animale che, nonostante l’evoluzionismo e le sempre più approfondite conoscenze eco-etologiche, rimane alla base del pensiero dominante. Su questi presupposti teorici è andato delineandosi un vasto e attivo movimento politico mondiale che persegue il fine dell’egualitarismo interspecifico e che prende il nome di Movimento per i Diritti Animali.









Christiana Soccini, da Omnia online, tratto da www.deagostini.it/dea/notizie
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