Gli animali nei circhi
Dossier circo


Addestrare un animale significa modificare e mortificare gravemente la sua natura. Nel caso del circo questo avviene solo per motivi commerciali che si giustificano con il divertimento del pubblico pagante. L’addestramento avviene condizionando i comportamenti degli animali grazie alle violenze fisiche e/o psichiche. Il risultato è un animale reso simile ad un automa costretto a sottostare al gioco della frusta.
In Italia ad oggi non esiste un numero certo di circhi, ogni anno ne scompare qualcuno e ne fanno capolino altri. Si tratta quasi sempre delle stesse persone le quali assemblano più o meno gli stessi spettacoli sfruttando fantasmagorici nomi molto spesso pateticamente riferiti ad inesistenti circhi stranieri. La quasi totalità di essi fa uso degli animali.

Ogni essere vivente nasce in gran parte già dotato di quelle caratteristiche fondamentali ad una armonica esistenza con l’ambiente naturale. Un elefante ha un naso che di fatto si comporta come una sensibilissima mano. Con esso non è solo in grado di bere e respirare, ma riesce a toccare e riconoscere i suoi simili. Riesce ad acchiappare un suo cucciolo se un fiume in piena lo sta portando via. Con la proboscide cerca di dare conforto ad un suo simile che urla, disperato, mentre viene picchiato a colpi di spranga in testa nella buia stalla di un circo per essere addestrato. I pachidermi sono in natura legati da complesse interazioni sociali, così come i leoni ed altri animali, quali ad esempio le scimmie e gli ippopotami. I rapporti sociali sono annullati all’interno di un circo. Tecniche di addestramento, spazi ridotti, orari stressanti e continui spostamenti sono compatibili solo con animali abbrutiti e frustrati.

La invitiamo a conoscere la realtà che si cela dietro alle paillettes e lustrini che il mondo circense ci presenta e i metodi di addestramento degli animali utilizzati nei più rinomati circhi italiani ed esteri.


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estratto del Dossier Circo

Addestrare un animale significa modificare e mortificare gravemente la sua natura. Nel caso del circo questo avviene solo per motivi commerciali che si giustificano con il divertimento del pubblico pagante. L’addestramento avviene condizionando i comportamenti degli animali grazie alle violenze fisiche e/o psichiche. Il risultato è un animale automizzato costretto a sottostare al gioco della frusta. In Italia ad oggi non vi è un numero esatto di circhi.
Ogni anno ne scompare qualcuno e ne fanno capolino altri. Si tratta quasi sempre delle stesse persone le quali assemblano più o meno gli stessi spettacoli sfruttando finanche fantasmagorici nomi molto spesso pateticamente riferiti ad inesistenti circhi stranieri. La quasi totalità di essi fa uso degli animali, nonostante il crollo vertiginoso del pubblico registrato negli ultimi dieci anni.
Ogni essere vivente nasce in gran parte già dotato di quelle caratteristiche fondamentali ad una armonica esistenza con l’ambiente naturale. Un elefante ha un naso che di fatto si comporta come una sensibilissima mano. Con esso non è solo in grado di bere e respirare, ma riesce a toccare e riconoscere i suoi simili. Riesce ad acchiappare un suo cucciolo se un fiume in piena se lo sta portando via. Con la proboscide cerca di dare conforto ad un suo simile che urla, disperato, mentre viene picchiato a colpi di spranga in testa nella buia stalla di un circo per essere addestrato. I pachidermi sono in natura legati da complesse interazioni sociali, così come i leoni ed altri animali, quali ad esempio le scimmie e gli ippopotami. I rapporti sociali sono annullati all’interno di un circo. Tecniche di addestramento, spazi ridotti, orari stressanti e continui spostamenti sono compatibili solo con animali abbrutiti e frustrati. Proviamo a considerare le tigri. Sono, in natura, animali solitari. Comunicano con tracce odorose, lasciate in punti opportuni del loro territorio che può essere esteso anche per centinaia di chilometri quadrati. I loro artigli servono per catturare gli animali di cui si nutre. Possono rimanere anche più giorni senza mangiare, perfettamente inserite nel loro ambiente. Nessuna violenza è ingiustificata. Uccidono solo per cibarsi o difendersi. In un circo sono costrette in pochissimi metri quadrati di superficie, in gruppi a volte costituiti assieme ad altri felini. Mangiano sempre allo stesso orario e vengono continuamente allenate al fine di imprimergli, una volta condizionate, sempre gli stessi movimenti imposti con il violento addestramento dal domatore.


ADDESTRAMENTO
Nel 1998 l’Autorità scientifica del Ministero dell’Ambiente non rilasciò ai circhi l’idoneità alla detenzione degli animali definiti per legge “pericolosi”, divieto poi in parte inficiato da una vergognosa modifica della Legge 150/92. Tra i criteri stabiliti dalla Autorità scientifica per il corretto mantenimento degli animali, risultava scritto: Gli animali utilizzati nei circhi vengono addestrati ad eseguire questi esercizi attraverso varie tecniche e spesso accade che gli ammaestratori arrivino ad ottenere dei risultati stupefacenti, attraverso procedure empiriche consolidate da tradizioni ed esperienze di cui loro stessi ignorano i fondamenti teorici. Quale migliore conferma a quanto sostenuto dall’Autorità Scientifica si può trovare nelle parole di una delle più noti esponenti del circo italiano costantemente presente con il suo Golden Circus nelle trasmissioni RAI. Stiamo parlando della Sig.ra Liana Orfei la quale riferisce che “l’Orso nella sua stupidità è temibile a causa degli artigli di cui è dotato: non retrattili come quelli delle tigri, ma fatti ad uncino, taglienti come coltelli affilatissimi e così poderosi che se artigliano penetrano tanto da spaccare in due un vitello. La tigre invece è pericolosa perché, oltre ad essere astuta, è vigliacca. Mentre il leone in genere è leale, nel senso che quando attacca te lo fa capire, scende dallo sgabello, drizza i peli, stringe i suoi grandi occhi gialli e par che ti dica: tu non mi fai paura, adesso ti attacco; la tigre no, la tigre ti attacca a tradimento”. Secondo quanto espresso dalla Sig.ra Orfei le differenze etologiche tra orso, tigre e leone, sono rispettivamente la stupidità, la vigliaccheria e la lealtà. Ottima dimostrazione della distorsione antropomorfa di chi addestra gli animali, funzionale solo ad una visione spettacolare di quelle specie, in genere esotiche, così come avveniva nei serragli coloniali dei secoli scorsi. Non a caso in quel periodo sono sorti tutti i più antichi circhi.

Gli spettacoli in cui vengono ridicolizzati gli animali sono il risultato di violenti condizionamenti. Continua la Sig. Orfei: “Quando la belva entra per la prima volta in pista è come se un troglodita entrasse in un mondo nuovo; bisogna quindi lasciarle il tempo di guardarsi intorno affinché, a poco a poco, impari a conoscere l’ambiente. Quindi la si fa ritornare nella sua gabbia-tana e poi di nuovo in pista. Si continua così, avanti e indietro, avanti e indietro, cento volte e più, fin quando cioè ha imparato a percorrere il tragitto….. Quando ha imparato questa azione, s’inizia a farla andare sullo sgabello. Gli si danno alcuni pezzettini di carne e gliene si mettono altri davanti al naso; lei sente la carne, ma non può prenderla e il domatore centimetro per centimetro, si sposta in modo che, per addestrarla, la belva si avvicina allo sgabello fin quando, sempre inseguendo la carne, è costretta a salirvi sopra. Quando arriva sullo sgabello il domatore gliene da dieci-dodici di pezzettini. La belva va giù? Il domatore le dà la frustatina, perché ha fatto male a scendere. Poi ricomincia la storia con la carne finché la belva si rende conto che se va su riceve dieci-dodici pezzettini di carne, se va giù la picchiano, e allora va su”.
Sull’uso dello sgabello Jean Richard, addestratore francese molto noto nel suo paese per aver partecipato (anche lui) a numerose trasmissioni televisive, ha dichiarato: “Ho trovato una sola soluzione: buttandogli uno sgabello addosso, dritto sul muso. Prendi l’abitudine di portare lo sgabello con te. Il leone ritorna immediatamente al suo posto. Va tutto bene per quattro giorni poi si deve iniziare il tutto altre mille volte. Devo dire che più sentivo su di me l’odio del leone, meno probabilità vi erano di sbagliare il bersaglio a cui indirizzavo lo sgabello”.
Sull’uso della frusta e (come leggeremo più avanti) delle punzecchiature, ci viene in aiuto un altro domatore francese, Alfred Court. “Restavo solo con le tigri e le punivo in modo che esse non avrebbero dimenticato... la morte può essere affrontata solo con la morte, e questo quando tutti gli orpelli sono finiti. E' il gioco del domatore di leoni. Egli fa agire il leone sotto la costante minaccia della morte e lo ricorda al leone con migliaia di punzecchiature, ferite e frustate. Il leone ruggisce la sua protesta, ma va avanti con l'esercizio, perché non vuole morire”.
Liana Orfei: “La iena non la domi mai perché non capisce. Puoi punirla cento volte e lei cento volte ti assale e continua ad assalirti perché non realizza che così facendo prende botte mentre, se sta buona, nessuna le fa niente”.

Condizionare con il cibo un animale per costringerlo a svolgere una azione innaturale è comunque un atto di violenza. Un animale condizionato minuziosamente in tutti gli aspetti della sua vita, è di fatto un animale impazzito. La prigionia lo costringe in movimenti stereotipati. Le ossessive oscillazioni che caratterizzano la testa di un elefante legato a due corte catene, permangono per sempre anche quando l’animale non è più legato. Proviamo a leggere ancora due dichiarazioni della Sig.ra Orfei : “Se un leone ti attacca e tu gli punti la forca, lui le si butta contro e si punge; lo fa una, due, tre volte, ma poi capisce che avventandosi sulla forca si punge e allora cerca di aggirare l’ostacolo. In questo caso gli arriva la frustata una prima volta, una seconda e così via, finché si rende conto che non può attaccarti e tu lo domi gradatamente con il condizionamento”. Senza soffermarci su come un leone si possa solo pungere scagliandosi contro una forca, leggiamo il secondo passo relativo all’addestramento delle foche: Possono essere ammaestrate solo per fame e non si possono picchiare perché la loro pelle, essendo bagnata, è delicatissima. Ma con un po’ di pesce ottieni quello che vuoi”.
In entrambi i casi quello voluto dai circensi è un animale dai comportamenti stereotipati frutto dei condizionamenti ottenuti dalle tecniche di addestramento.

La frustrazione degli impulsi naturali comporta spesso seri problemi nervosi a sua volta potenziali cause di comportamenti aggressivi. Per altro gli stati di paura di un animale sono spesso visibili grazie anche alla notevole espressività di cui, alcuni di essi, sono dotati. Il disagio può essere così evidenziato nei felini da come essi rispondono al segnale di comando del domatore. In genere un leone striscia con la pancia rasente il pavimento della pista, ha le orecchie appiattite ed, alcune volte, ringhia nervosamente. Animali che ossessivamente percorrono i pochi decimetri lineari di gabbie, sono senz’altro le scene più comuni in uno zoo del circo. Gli elefanti che ripetono continuamente l’oscillazione del capo, sono animali (e lo sono quasi tutti) che hanno tentano di svincolarsi dalle catene o di uscire dai ristretti box, spesso elettrificati, nei quali in rari casi vengono rinchiusi in alternativa alle catene. E’ l’unico movimento loro possibile: oscillare all’interno dei pochi decimetri di
raggio di azione permesso dalle catene.

La frusta od il bastone portato in pista, serve a ricordare agli animali cosa, con questi mezzi, è stato fatto durante l’addestramento. Gli animalisti inglesi di Animal Defenders hanno filmato l’entrata in pista degli elefanti del Circo Chipperfield accompagnati da un inserviente il quale portava la stesso bastone con il quale venivano picchiati durante le prove di entrata in pista, anch’esse filmate. Hans Falk, ex lavoratore del circo austriaco Knie, riferisce quanto visto nelle prime sessioni di addestramento di una giovane elefantessa africana: “Si iniziò con una sorta di esercizio di equilibrio, sopra un asse rigido tenuto a circa 50 centimetri da terra. Ma l’elefantessa, impaurita, si rifiutò. Allora, sia l’addestratore che Louis Knie persero la pazienza e ricorsero ad una asta metallica portante all’apice un uncino, il quale fu spinto e poi tirato sull’elefantessa. Si cercava di far svolgere l’esercizio in maniera corretta nel più breve tempo possibile, ma l’elefante rimaneva incapace di eseguirlo. Era giunto il momento di iniziare un piccolo inferno nella pista. Il domatore iniziava a colpire l’elefante sulle zampe fino al sanguinamento”. Jean Richard, domatore francese: “Afferro una barra di metallo ed inizio a bastonare gli elefanti sulla testa con tutta la mia forza”. I circhi europei ed italiani in particolare hanno utilizzato sempre elefanti indiani. Questa specie in natura frequenta un ambiente tipicamente forestale e da secoli i cuccioli vengono catturati (spesso con l’uccisione dell’interno branco) per essere brutalmente addestrati come animali da lavoro. Un elefante addestrato risponde ai segnali derivanti da un’asta acuminata la quale, indirizzata in determinati punti del proprio corpo, provoca dei precisi movimenti. Lo stesso attrezzo, spesso collegato a batterie elettriche, viene utilizzato dai circensi. Gli elefanti indiani sono teoricamente più facili da utilizzare per il circo, ma con l’entrata in vigore della Convenzione di Washington (Cites) che regolamenta il commercio delle specie in via di estinzione, gli elefanti indiani sono stati inserti in una categoria di specie protette che ne ha vietato l’importazione. Così non è stato, per molti anni, per quello africano. Per questo motivo i circensi ne hanno incominciato le importazioni. Le tecniche di cattura sono state documentate dagli animalisti sud-africani di WAG (Wildlife Action Group) mentre quelle di addestramento sono state filmate dagli inglesi di Animal Defenders. Gli elefanti venivano ripetutamente picchiati con spranghe di metallo sulla testa, nelle grandi orecchie e nelle zampe posteriori. Ad ogni colpo veniva associata una parola la quale veniva poi ripetuta per farlo girare su se stesso, tenendo ovviamente sempre in evidenza la spranga metallica

Storia di Jennie, elefantessa del circo, raccontata da Liana Orfei: “Quella volta (era verso l’estate) piantammo il circo su una spiaggia delle Puglie e a Jennie vennero legate, come di consueto, una zampa anteriore ed una posteriore ai picchetti conficcati in terra. Ma appena Jennie vide il mare si ricordò, forse, la sua terra d’origine e sembrò impazzire di gioia: cominciò a barrire, strappò i picchetti come fossero fuscellini e, trascinando tutto con sé, andò sulla riva ed entrò nel mare. Si fermò dove l’acqua era alta poco più di un metro e non ci fu verso di farla uscire. Provammo a prenderla per fame e per sete: niente. Per due giorni rimase sprofondata in un mondo beato: giocava, si spruzzava, barriva; forse cantava la sua terra lontana. Per due giorni non mangiò e non bevve, sebbene per gli elefanti il bere sia molto importante. Esattamente quarantotto ore dopo, verso le tre del pomeriggio, Jennie uscì spontaneamente dal mare e, calma, andò a rimettersi al suo posto”.


L’art. 727 del Codice Penale italiano punisce chi adopera gli animali in giuochi, spettacoli o lavori insostenibili per la loro natura, valutata secondo le loro caratteristiche anche etologiche.



GLI ZOO DEI CIRCHI
Una degli argomenti più diffusi tra i circensi e quello di distinguere tra animali domestici e non. Nella prima categoria sono compresi finanche gli elefanti, mentre quelli che per definizione corrente non lo sono (felini, orsi, scimmie etc..) possono egualmente essere detenuti in quanto nati in cattività. Questa tesi è funzionale solo al tentativo di voler continuare a tenere animali prigionieri, in quanto, secondo i circensi, se nati in gabbia non soffrirebbero. Nella realtà per ò gli animali nati già in gabbia non sono affatto esenti da sofferenza. Proviamo ad immaginare se lo stesso pensiero circense fosse applicato ai figli delle donne carcerate è chiediamoci quale presunzione possa giustificare un possibile distinguo tra le sofferenza patite da un bambino nato in carcere ed un leoncino. Quale condanna deve scontare una tigre così come un cavallo o una zebra? Sebbene nato in gabbia nessun essere vivente non è, per fortuna, “abituato” a starci. Le caratteristiche di una specie, selezionate in milioni di anni di evoluzione, non possono cambiare con pochi decenni (male che vada) di addomesticamento. Finanche gli animali allevati da centinaia di anni per l’alimentazione, se liberati dalle gabbie riacquistano molte delle caratteristiche del progenitore selvatico. Una gallina ovaiola, se liberata dalle opprimenti condizioni dell’allevamento intensivo, si comporta come le sue antenate selvatiche. Depone l’uovo nel nido appositamente costruito e nascosto, si appollaia di notte, fa il bagno nella sabbia. Figuriamoci cosa può significare la nascita in cattività per una tigre o un leone. Cattività per altro ritmata da orari precisi e da scadenze improrogabili. Ogni giorno un animale del circo fa gli stessi identici movimenti all’interno di spazi ridottissimi nei quali è costretto. Circo Orfei: "leoni e tigri mangiano ogni ventiquattro ore e precisamente verso il mezzogiorno; perciò cominciano a sentire bisogno di cibo al mattino … tutte le mattine gli artisti provano. Ovviamente se provano i volanti non possono farlo gli altri acrobati; perciò stabiliamo degli orari: dalle otto alle undici per i gruppi di cavalli, di elefanti e per le bestie feroci; dalle undici alle quattordici e trenta per gli acrobati, compresi gli uomini volanti." Un recente dossier pubblicato dall’Associazione animalista inglese Animal Defenders ha dimostrato come i leoni del circo Chipperfield’s (uno dei più noti d’Europa e recentemente condannato per maltrattamento di animali) passano fino al 97% della giornata in spazi di 1.96 metri per 2,4 metri. La restante parte del tempo era spesa per l’addestramento e per lo spettacolo. Il 96,33 % del tempo era invece riservato agli elefanti incatenati. Se il circo non è fermo per lo spettacolo la restante parte della loro vita gli animali la passano in viaggio (fino a 10.000 Km percorsi dall’italiano Circo Medrano ogni anno) e nei quartieri invernali, come quello di Moira Orfei dove una tigre in addestramento ha recentemente ucciso un addestratore. Nelle poche settimane a cavallo tra il 2000 ed il 2001 il circo di Moira Orfei si è spostato in pochi giorni da Pistoia a Napoli, da qui ad Avellino e poi a Livorno. Il Circo Errani da Bari si è trasferito in Grecia e da qui in Turchia. Una recente indagine condotta dalla LAV ha dimostrato come le modalità di detenzione degli animali negli zoo dei circhi, mostrino una tipologia di detenzione praticamente standardizzata. Tale aspetto è di fatto imposto da almeno duecento anni di tecniche di detenzione finalizzate alla esposizione spettacolare degli animali. Nessun tentativo di rispetto per le caratteristiche biologiche degli animali. Gli elefanti in genere sono prigionieri di due corte catene metalliche legate alle zampe. Fermi su pedane di legno umide delle loro stesse deiezioni, passano l’intera giornata a dondolare ossessivamente il capo. Alcuni circhi si sono provvisti di ridicoli spazi esterni circoscritti da corda di nailon spesso intrecciata con filo metallico collegato ad una batteria elettrica. In genere gli elefanti sono di proprietà delle stesse famiglie circensi. Situazione diversa vale invece per i felini spesso “scritturati” con domatori stranieri. E’ impossibile pertanto un valido censimento. I circhi sono peraltro esenti dal tassativo divieto di detenzione degli animali definiti per legge “pericolosi”, ma dovrebbero comunque comunicarne la nascita. Sono stati già multate alcune imprese circensi per non aver eseguito la denuncia. Il sospetto che possano essere venduti proprio a seguito dell’innalzamento dei prezzi dovuto al divieto di detenzione per i privati, non è affatto marginale. Quasi tutti i felini si riproducono anche in condizioni di detenzione estremamente crudeli. Va infatti smentita la diceria che un animale che si riproduce in gabbia, è un animale a cui sono garantiti accettabili livelli di benessere. In una piccola gabbia poco più alta di loro, costruita in un angolo mai raggiunto dal sole della Villa Comunale di Reggio Calabria, era presente una coppia di leoni che ha prodotto più cucciolate in pochi anni.

Leoni e tigri sono senz’altro i più utilizzati dai circensi, mentre in minor misura sono presenti leopardi e giaguari spesso nella forma melanica. Da alcuni anni sono inoltre comparse le tigri bianche. Presentate come nuovi oggetti da baraccone, le tigri bianche hanno alle spalle una storia molto triste. Derivano tutte da un tigrotto bianco catturato negli anni 60 in India. Portato nello zoo di Delhi, l’animale venne fatto riprodurre con la sua progenie al fine di selezionare una serie di felini prevalentemente bianchi. Tale meccanismo, molto noto ai selezionatori delle razze di cani, riproduce ed amplifica anche tare genetiche molto pericolose. Tutte le tigri bianche soffrono di problemi epatici, renali e neurologici. Come le loro simili pigmentate, anche quelle bianche sono costrette nei circhi in basse gabbie metalliche di superficie a volte inferiore ai 4 metri quadri. L’intera giornata viene trascorsa dormendo o girandosi ossessivamente da un punto all’altro del contenitore metallico. Non vi è alcuno spazio utile a nascondersi alla vista del pubblico. Le urine inevitabilmente emesse nello stesso spazio ove vivono, scolano direttamente dai carrozzoni nel terreno. Pelle, ossa finanche artigli ed occhi di tigre hanno un elevato valore al mercato nero. Sarebbe interessante sapere cosa i circhi facciano degli animali dopo la morte. Analoga domanda si dovrebbe porre per le scimmie, tuttora detenute. Nonostante la propaganda dell’Ente Nazionale Circhi, le strutture nazionali hanno continuato ad importare scimpanzé dall’estero. Questi animali sono catturati in natura dopo che è stato sterminato l’intero branco. Nel 1992 il Circo Medrano, al rientro da una tournée in Israele fu trovato in possesso di due giovani scimpanzé che attirarono l’attenzione del Servizio Cites del Corpo Forestale dello Stato. Gli animali furono dichiarati come nati in gabbia ma la documentazione era falsa. Decine di scimpanzé e finanche gorilla sono stati sequestrati ai circhi italiani grazie all’attività del Servizio Cites del Corpo Forestale dello Stato. Le scimmie e gli scimpanzé in particolare, diventano molto aggressive una volta adulte. Nulla e dato sapere sui luoghi di destinazione finale. Soprattutto negli ultimi anni sono diventati abbastanza comuni, nei circhi italiani, gli ippopotami e i rinoceronti. Le condizioni di detenzione sono raccapriccianti. Recinti piccolissimi e vasche, quando presenti, con acqua fetida. Quanto meno precaria è inoltre la situazione degli scarichi fognari in genere. I circhi attendano spesso in aree del tutto prive di sistema di drenaggio delle acque reflue. Uno dei campi di imputazione più comuni contestato dalle Procura italiane dopo le denunce della LAV è, oltre al maltrattamento di animali, quello relativo alla violazione della normativa sugli scarichi reflui. Spesso i liquami si mischiano con le acque piovane formando pozze maleodoranti fin a ridosso delle aree aperte al pubblico. Il caso emblematico è quello dei circhi con appresso cavalli ed elefanti. Bene che vada sono presenti impropri canali di scolo ricavati sul terreno stesso. I reflui vengono dispersi senza alcun controllo nel terreno circostante. Cavalli, pony, dromedari, zebre, tutti accomunati dai continui stressanti spostamenti da un capo all’altro della penisola e dai pochi decimetri quadrati di superfici, spesso impediti nell’utilizzarli da catene o corde che li legano al collo. A dir poco penosa è la situazione di rettili, uccelli (finanche pinguini), squali e fino a poco tempo fa, delfini.









tratto da www.infolav.org